Al ritmo di due udienze la settimana è giunta alla
conclusione la requisitoria dei Pubblici Ministeri Canepa e Canciani
nel dibattimento che vede imputati 25 tra le centinaia di migliaia di manifestanti che si opposero alla illegittimità del G8 2001 a Genova.
Le richieste di condanna
per i reati di devastazione e saccheggio, che comportano una pena base
di otto anni, sono andate oltre ogni più nefasta previsione: un cumulo
di 225 anni di reclusione, da un minimo di 6 a un massimo di 16.
A
novembre toccherà alle arringhe difensive e quindi la sentenza,
verosimilmente entro la fine dell’anno. Ma la gravità inaudita delle
pretese dell’accusa richiede una risposta immediata.
Tornare a Genova si rende necessario. Se il processo
per l’omicidio di Carlo Giuliani si è concluso con un’archiviazione e
se i vari procedimenti relativi alle violenze poliziesche marciano
serenamente verso la prescrizione è invece in questo tribunale che si
gioca la verità storica su quelle giornate e su una stagione di
conflitto sociale che lì ha le proprie radici e che è ancora lontana
dall’esaurirsi. Dopo mesi di sonnolenta disamina del materiale
accusatorio e di apparente equidistanza è infatti solo nelle ultime
settimane che l’accusa ha svelato il proprio disegno di falsificazione,
introducendo il tema della premeditazione: quella manciata di
manifestanti, e nello specifico lo spezzone della disobbedienza, sono
venuti a Genova a cercare lo scontro. Semplice.
Noi - quelli che c’erano e quelli che non c’erano - sappiamo che non è così.
Sappiamo che l’annunciata violazione della zona rossa si faceva forte
solo di strumenti difensivi. Sappiamo che è stato necessario
utilizzarli tutti e inventarsene altri sul campo per difendersi dalla
violenza omicida di quattro corpi di polizia impegnati in pratiche di
guerra interna: è in ragione di questa determinazione a proteggere se
stessi e gli altri che un solo cadavere è stato lasciato sull’asfalto.
In questa pratica si è formalizzato un diritto di resistenza che
abbiamo riconosciuto come paradigma in altre lotte dell’occidente. In
questa pratica si è sedimentato e continua a sedimentarsi consenso.
È
contro questo consenso che si sta esercitando oggi l’azione penale. A
Genova come a Cosenza, a Roma, Bologna e in tutti gli altri luoghi dove
conflitto significa dinamica attiva di messa in gioco dei propri corpi.
Ciò che è accaduto all’incrocio tra Via Tolemaide e Corso Torino lo
sappiamo, lo abbiamo vissuto e ce lo hanno mostrato, da subito,
immagini di ogni provenienza. Abbiamo sentito le registrazioni radio
delle direttive dell’ordine pubblico e continuiamo da anni a chiedere
che venga fatta luce sulla composizione della catena di comando per
sapere a quale anello obbediva il battaglione dei carabinieri Tuscania
mentre aggrediva a freddo il nostro spezzone, visto che è certificato
che non obbediva alla centrale operativa.
Continueremo a farlo
anche se non sarà questo processo a dircelo. Ciò non di meno questo
processo ci riguarda tutti. Perché la riscrittura dei fatti e delle
ragioni proposta dall’accusa non è accettabile e non si rivolge solo
agli imputati. Perché l’incredibile pretesa di più di due secoli di
carcerazione poggia su reati che, dopo Genova, sono stati
sistematicamente contestati in numerosissime occasioni di conflitto,
con particolare riferimento alle azioni contro i CPT. È un messaggio
lanciato a tutte le aggregazioni in lotta, da chi ferma treni in Val di
Susa a chi blocca discariche in Campania, passando per aeroporti di
guerra in Veneto e lager per migranti da Gradisca a Lampedusa.
Tornare a Genova, in tanti, per quella fase cruciale del dibattimento
che sarà l’elaborazione della sentenza. Come strumento di tutela del
destino processuale di chi ha dato concretezza a un sentire collettivo,
della definizione della verità storica prima che processuale, del
patrimonio di determinazione che le sue strade e le sue piazze hanno
consegnato al nostro futuro.
Liberitutti.
Aderisci all’appello: Noi, quelli di Via Tolemaide
Un appello alla mobilitazione di tutti per il 17 novembre La storia siamo noi.
Materiali Video su Copyriot Community
Blu Notte - Genova 2001, G8. Puntata del 9 settembre 2007
OP - L’ordine pubblico a Genova 2001.
Links sui processi in corso
www.processig8.org
www.supportolegale.org
Nuova ordinanza della Giunta Hullweck che estende il divieto di consumare alcoolici dai Giardini Salvi a tutto il territorio pubblico comunale, eccetto davanti ai bar. Ovviamente tutto questo in nome del decoro pubblico e della sicurezza...
dal Giornale di Vicenza 24/10/07
ORDINANZA. Dopo il divieto ai Giardini Salvi viene estesa la linea dura
Il Comune dichiara guerra all’alcol e al degrado ad esso collegato.
Dopo l’ordinanza del 6 giugno che vietava la detenzione e il consumo di
bevande alcoliche all’interno dei giardini Salvi, e visti gli effetti
positivi a distanza di qualche tempo, l’ordinanza è stata allargata a
tutte le zone verdi cittadine, aree pubbliche, e vie comunali.
Il Comune vieta l’alcol in pubblico
di Sara Marangon
Una
linea dura, ma fortemente voluta per venire incontro a quei vicentini
che ogni giorno si ritrovano a fare i conti con situazioni al limite
della decenza.
«Quest’ordinanza è stata pensata per far fronte a
quei comportamenti che destano allarme sociale - spiega il vicesindaco
e assessore alla sicurezza, Valerio Sorrentino - . Purtroppo ubriachi e
violenti continuano a radunarsi in determinati luoghi della città, come
viale Roma, Campo de’ Nane, e via Fratelli Bandiera. Trovando inutile
emanare un’ordinanza solamente per determinate zone, dal momento che ai
soggetti interessati basterebbe spostarsi qualche centinaio di metri
più in là per continuare a bere indisturbati, abbiamo dato questo
strumento alle forze dell’ordine che potranno così fornire una risposta
concreta ai cittadini che sempre più spesso segnalano con
preoccupazione tali presenze».
L’amministrazione ha dunque deciso di
vietare «la detenzione e l’uso di alcol in tutta città: un tentativo
per scoraggiare quei soggetti dediti alle sostanze alcoliche e tentare
di risolvere così anche il conseguente problema di sporcizia, disturbo,
degrado e atti contrari alla pubblica decenza che sempre più spesso
accompagnano queste situazioni. Oltretutto il settore servizi sociali
ha già avviato un’operazione di censimento offrendo specifici percorsi
di aiuto e di accoglienza per combattere questa forma di dipendenza».
«Quello
che mi sento ancora di aggiungere è che sia in viale Roma che in via
Fratelli Bandiera questi gruppi di persone sostano abitualmente davanti
ai rispettivi supermercati Pam e Coop - ha concluso Sorrentino - .
Avevo dunque già invitato questi esercenti a munirsi di un servizio
d’ordine che potesse fungere da deterrente, ma la mia richiesta non è
stata accolta tanto che siamo giunti al punto di dover emanare
quest’ordinanza».
A spiegarne i termini è il Comandante della
polizia locale, Cristiano Rosini: «L’ordinanza prevede una sanzione da
25 a 500 euro e, soprattutto, il sequestro immediato delle bevande
alcoliche; il divieto non vale per i plateatici e per le aree davanti
ai bar e ai ristoranti, durante gli orari di apertura, ma tutti i
gestori sono invitati a segnalare alle forze dell’ordine eventuali
comportamenti scorretti, chiassosi e maleducati, all’interno o nei
pressi del locale».
«Chiediamo perciò - conclude il comandante - la collaborazione da parte dei primi e la giusta elasticità dai secondi».





