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Tornare a Genova... il 17 novembre
capannone | 25 Ottobre, 2007 19:20

Al ritmo di due udienze la settimana è giunta alla conclusione la requisitoria dei Pubblici Ministeri Canepa e Canciani nel dibattimento che vede imputati 25 tra le centinaia di migliaia di manifestanti che si opposero alla illegittimità del G8 2001 a Genova.
Le richieste di condanna per i reati di devastazione e saccheggio, che comportano una pena base di otto anni, sono andate oltre ogni più nefasta previsione: un cumulo di 225 anni di reclusione, da un minimo di 6 a un massimo di 16.
A novembre toccherà alle arringhe difensive e quindi la sentenza, verosimilmente entro la fine dell’anno. Ma la gravità inaudita delle pretese dell’accusa richiede una risposta immediata.

Tornare a Genova si rende necessario. Se il processo per l’omicidio di Carlo Giuliani si è concluso con un’archiviazione e se i vari procedimenti relativi alle violenze poliziesche marciano serenamente verso la prescrizione è invece in questo tribunale che si gioca la verità storica su quelle giornate e su una stagione di conflitto sociale che lì ha le proprie radici e che è ancora lontana dall’esaurirsi. Dopo mesi di sonnolenta disamina del materiale accusatorio e di apparente equidistanza è infatti solo nelle ultime settimane che l’accusa ha svelato il proprio disegno di falsificazione, introducendo il tema della premeditazione: quella manciata di manifestanti, e nello specifico lo spezzone della disobbedienza, sono venuti a Genova a cercare lo scontro. Semplice.
Noi - quelli che c’erano e quelli che non c’erano - sappiamo che non è così.
Sappiamo che l’annunciata violazione della zona rossa si faceva forte solo di strumenti difensivi. Sappiamo che è stato necessario utilizzarli tutti e inventarsene altri sul campo per difendersi dalla violenza omicida di quattro corpi di polizia impegnati in pratiche di guerra interna: è in ragione di questa determinazione a proteggere se stessi e gli altri che un solo cadavere è stato lasciato sull’asfalto. In questa pratica si è formalizzato un diritto di resistenza che abbiamo riconosciuto come paradigma in altre lotte dell’occidente. In questa pratica si è sedimentato e continua a sedimentarsi consenso.

È contro questo consenso che si sta esercitando oggi l’azione penale. A Genova come a Cosenza, a Roma, Bologna e in tutti gli altri luoghi dove conflitto significa dinamica attiva di messa in gioco dei propri corpi. Ciò che è accaduto all’incrocio tra Via Tolemaide e Corso Torino lo sappiamo, lo abbiamo vissuto e ce lo hanno mostrato, da subito, immagini di ogni provenienza. Abbiamo sentito le registrazioni radio delle direttive dell’ordine pubblico e continuiamo da anni a chiedere che venga fatta luce sulla composizione della catena di comando per sapere a quale anello obbediva il battaglione dei carabinieri Tuscania mentre aggrediva a freddo il nostro spezzone, visto che è certificato che non obbediva alla centrale operativa.
Continueremo a farlo anche se non sarà questo processo a dircelo. Ciò non di meno questo processo ci riguarda tutti. Perché la riscrittura dei fatti e delle ragioni proposta dall’accusa non è accettabile e non si rivolge solo agli imputati. Perché l’incredibile pretesa di più di due secoli di carcerazione poggia su reati che, dopo Genova, sono stati sistematicamente contestati in numerosissime occasioni di conflitto, con particolare riferimento alle azioni contro i CPT. È un messaggio lanciato a tutte le aggregazioni in lotta, da chi ferma treni in Val di Susa a chi blocca discariche in Campania, passando per aeroporti di guerra in Veneto e lager per migranti da Gradisca a Lampedusa.
Tornare a Genova, in tanti, per quella fase cruciale del dibattimento che sarà l’elaborazione della sentenza. Come strumento di tutela del destino processuale di chi ha dato concretezza a un sentire collettivo, della definizione della verità storica prima che processuale, del patrimonio di determinazione che le sue strade e le sue piazze hanno consegnato al nostro futuro.

Liberitutti.

Aderisci all’appello: Noi, quelli di Via Tolemaide
Un appello alla mobilitazione di tutti per il 17 novembre La storia siamo noi.

Materiali Video su Copyriot Community
Blu Notte - Genova 2001, G8. Puntata del 9 settembre 2007
OP - L’ordine pubblico a Genova 2001.

Links sui processi in corso
www.processig8.org
www.supportolegale.org

 

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Sorrentino vieta l'alcool in pubblico
capannone | 25 Ottobre, 2007 04:04

Nuova ordinanza della Giunta Hullweck che estende il divieto di consumare alcoolici dai Giardini Salvi a tutto il territorio pubblico comunale, eccetto davanti ai bar. Ovviamente tutto questo in nome del decoro pubblico e della sicurezza...

dal Giornale di Vicenza 24/10/07

ORDINANZA. Dopo il divieto ai Giardini Salvi viene estesa la linea dura

Il Comune vieta l’alcol in pubblico
di Sara Marangon

Il Comune dichiara guerra all’alcol e al degrado ad esso collegato. Dopo l’ordinanza del 6 giugno che vietava la detenzione e il consumo di bevande alcoliche all’interno dei giardini Salvi, e visti gli effetti positivi a distanza di qualche tempo, l’ordinanza è stata allargata a tutte le zone verdi cittadine, aree pubbliche, e vie comunali.
Una linea dura, ma fortemente voluta per venire incontro a quei vicentini che ogni giorno si ritrovano a fare i conti con situazioni al limite della decenza.
«Quest’ordinanza è stata pensata per far fronte a quei comportamenti che destano allarme sociale - spiega il vicesindaco e assessore alla sicurezza, Valerio Sorrentino - . Purtroppo ubriachi e violenti continuano a radunarsi in determinati luoghi della città, come viale Roma, Campo de’ Nane, e via Fratelli Bandiera. Trovando inutile emanare un’ordinanza solamente per determinate zone, dal momento che ai soggetti interessati basterebbe spostarsi qualche centinaio di metri più in là per continuare a bere indisturbati, abbiamo dato questo strumento alle forze dell’ordine che potranno così fornire una risposta concreta ai cittadini che sempre più spesso segnalano con preoccupazione tali presenze».
L’amministrazione ha dunque deciso di vietare «la detenzione e l’uso di alcol in tutta città: un tentativo per scoraggiare quei soggetti dediti alle sostanze alcoliche e tentare di risolvere così anche il conseguente problema di sporcizia, disturbo, degrado e atti contrari alla pubblica decenza che sempre più spesso accompagnano queste situazioni. Oltretutto il settore servizi sociali ha già avviato un’operazione di censimento offrendo specifici percorsi di aiuto e di accoglienza per combattere questa forma di dipendenza».
«Quello che mi sento ancora di aggiungere è che sia in viale Roma che in via Fratelli Bandiera questi gruppi di persone sostano abitualmente davanti ai rispettivi supermercati Pam e Coop - ha concluso Sorrentino - . Avevo dunque già invitato questi esercenti a munirsi di un servizio d’ordine che potesse fungere da deterrente, ma la mia richiesta non è stata accolta tanto che siamo giunti al punto di dover emanare quest’ordinanza».
A spiegarne i termini è il Comandante della polizia locale, Cristiano Rosini: «L’ordinanza prevede una sanzione da 25 a 500 euro e, soprattutto, il sequestro immediato delle bevande alcoliche; il divieto non vale per i plateatici e per le aree davanti ai bar e ai ristoranti, durante gli orari di apertura, ma tutti i gestori sono invitati a segnalare alle forze dell’ordine eventuali comportamenti scorretti, chiassosi e maleducati, all’interno o nei pressi del locale».
«Chiediamo perciò - conclude il comandante - la collaborazione da parte dei primi e la giusta elasticità dai secondi».

 

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